Il nome di Alexandre Dubček si afferma con convinzione nel gennaio del 1968, in pieno processo di revisione del partito comunista cecoslovacco, il cui segretario era Antonin Novotny, fra i sostenitori dell’ortodossia russa. Dubček subentra a Novotny come segretario con un mandato molto chiaro: riportare in Cecoslovacchia la libertà di pensiero ed un “socialismo umano”. Di lui, della sua forza carismatica, non si era ancora reso conto il russo Leonid Brežnev che pure l’aveva incontrato in tempi non sospetti senza degnarlo di una parola significativa.

Né il governo americano aveva avuto modo di studiare a fondo le tensioni in quella parte d’Europa viste le tensioni che stavano attraversando il più grande Paese non comunista del mondo: il fronte di opposizione alla guerra in Vietnam, le tensioni sociali che sfoceranno nell’omicidio di John F. Kennedy e Martin Luther King, la guerra fredda sul fronte cubano, non permettevano distrazioni. Eppure Dubček stava costruendo un nuovo tipo di consenso, quello del socialismo reale ma umano: è tempo di rinnegare i metodi oscurantisti del partito comunista russo per avviare una democrazia nuova, aperta. Le sue parole suonano come un disegno di speranza che rischia di contagiare non solo il suo popolo, ma anche quelli geograficamente e ideologicamente vicini, dalla Romania fino alla Polonia, passando per l’Ungheria. A quel punto sulla primavera di Praga calano inesorabili i carri armati dei Paesi del Patto di Varsavia. È il 20 agosto 1968: con qualche settimana di anticipo comincia l’autunno di Praga

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