Intervista ad Andrea Marcolongo

Studiavamo passaggi legati a vicende e storie a noi ignote, senza chiederci nulla sulla sua utilità. È stato un fortissimo allenamento di verticalità, di dignità di verticalità: si faceva tanta fatica, ma non ci è mai venuto in mente di contestare quella fatica o di rigettarla. L’abbiamo presa come naturale, era il normale ordine delle cose tradurre dal greco.

Incontro Andrea Marcolongo in un pomeriggio piovoso romano, prima della presentazione del suo ultimo libro: seppure molto giovane, è preparata e brillante. Questa sua freschezza contrasta quasi con l’argomento dei suoi libri, una lingua antica, personaggi antichi, polverose ricostruzioni di gesta eroiche, della storia di una lingua e della storia delle parole. Eppure proprio da questo contrasto nasce qualcosa di meraviglioso, una continua ricerca di sé attraverso la stratificazione della lingua.

Ma l’etimologia è un passato: tu usi il termine fonte. È una radiografia. Quale futuro c’è allora per le parole?
Proust diceva che le parole sanguinano. Parto dalla costatazione che oggi le parole sono rotte, le parole sono ferite: il modo che ho trovato io di prendermene cura, sperando insieme ai lettori, è stato quello di tornare alle loro radici. Succede così quando si ha un problema e non si va più d’accordo con qualcuno: qual è la radice dei nostri problemi? Proviamo allora ad andare a monte, risolviamo i problemi da lì. Per me ripercorrere a ritroso la storia di una parola non significa infatti voltare le spalle al futuro, anzi io credo che l’origine sia la nostra meta. Svilupparne i cambiamenti.

Alla fonte delle parole, di Andrea Marcolongo [Mondadori, 2019]

Pur trattando etimologie, il recente libro della Marcolongo non è un vero e proprio saggio linguistico, nel senso stretto della classificazione scientifica.

Andrea Marcolongo ha rilanciato l’interesse per la lingua e la cultura greca con tre libri che hanno avuto una fortuna pari a quella dei bestseller: La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza 2016), La misura eroica (Mondadori 2018) e adesso Alla fonte delle parole, pubblicato sempre da Mondadori. Pur trattando etimologie, il recente libro della Marcolongo non è un vero e proprio saggio linguistico, nel senso stretto della classificazione scientifica.

Gleba, di Tersite Rossi [Pendragon, 2019]

Gleba, quarto romanzo del collettivo Tersite Rossi, è uno spaccato feroce e apparentemente schizofrenico delle contraddizioni che convivono nella nostra quotidianità. È un romanzo anomalo, ambientato in un’epoca storica senza un preciso connotato, anche se facilmente desumibile. È un romanzo che parla di lavoro, di quanto possa essere distruttivo e di quanto possa annientare un individuo, diventando totalizzante, impadronendosi della sua dignità e della sua esistenza. È anche un romanzo che denuncia lo sfruttamento del lavoro, la mercificazione del lavoro e soprattutto la mercificazione dei lavoratori.

Ninna Nanna, di Ed McBain [Einaudi 2019]

Scrittore eclettico e narra storie a tutto tondo (già sceneggiatore per Hitchcock, nel celebre Uccelli), Ed McBain domina e gestisce il filo della narrazione come pochi sanno fare.

Ninna Nanna è un altro capitolo della saga giallo che Salvatore Albert Lombino, italoamericano di New York (1926), alias Evan Hunter, alias Ed McBain, ha dedicato alla Grande Mela ed al suo variopinto tessuto sociale. Si tratta di un altro episodio dei poliziotti e detective di un inesistente 87° distretto di Manhattan, persone normali, con problemi normali, eppure proprio per questa loro tipicità stereotipi di un ambiente ben ricostruito, ma comunque artificiale.

Nel territorio del diavolo, di Antonio Monda [Mondadori, 2019]

Settimo libro di Antonio Monda dedicato all’America e soprattutto a New York, in Nel territorio del diavolo è messo in scena, in modo quasi didascalico, il conflitto perenne fra bene e male, con una certa simpatia per quest’ultimo.

Monda si concentra su due temi particolarmente importanti alla fine degli anni ’90: i diritti della comunità gay, circondata da pregiudizi ed isolata dall’AIDS, e i diritti degli uomini politici, in balìa dei media, delle dicerie, per questo smontati e svuotati di ogni intimità. Ne esce fuori un quadro realistico e complesso, che però non appesantisce la lettura.

Almarina, di Valeria Parrella [Einaudi, 2019]

Dopo aver scritto di Antigone e delle morti bianche, Valeria Parrella si cimenta con Almarina in un altro romanzo profondamente femminile e complicato nel quale fonde il diritto all’infanzia con le debolezze della mezza età di una donna sola e fragile, costretta tutti i giorni a costruirsi un’esistenza diversa e più solida.

Elisabetta Maiorano ha cinquant’anni ed è vedova. Di mestiere fa l’insegnante e tutte le mattine entra ed esce dal carcere minorile di Nisida dove ogni giorno si reca per svolgere il suo lavoro con i giovani detenuti. I dieci passi che tutte le mattine deve fare per passare dal punto di riconoscimento alla sbarra d’accesso sono il rito che le permette di ripercorrere quotidianamente le ragioni per cui lei è lì, le permette di focalizzare il senso del suo lavoro che poi è anche il senso della sua vita.

La mina tedesca, di Carlo Ferrucci (Enseble 2019)

Accade tutto in poche ore: Roma capitola ed è ceduta ai tedeschi con un armistizio che consegna il Paese all’esercito di Hitler, in cambio della fuga del re Vittorio Emanuele II e della scarcerazione di Mussolini. È troppo!

Il romanzo di Carlo Ferrucci, già curatore dell’edizione delle poesie di Rainer Rilke tradotte dallo stesso Pintor e pubblicate dalla stessa casa editrice, ricostruisce nel romanzo gli ultimi mesi del giovane tenente Giaime Pintor, fulgido esempio di letterato impegnato nella vita sociale e civile del suo paese.