1968 – L’autunno di Praga, di Demetrio Volcic [Sellerio 2018]

A Praga Demetrio Volcic, inviato dall’Europa dell’Est della RAI, era capitato per caso il 31 dicembre 1967: quel viaggio non era programmato, eppure l’aria nuova, il congresso del partito comunista cecoslovacco alle porte gli avevano fatto intuire che si stava compiendo una nuova importante pagina di storia.

Il nome di Alexandre Dubček si afferma con convinzione nel gennaio del 1968, in pieno processo di revisione del partito comunista cecoslovacco, il cui segretario era Antonin Novotny, fra i sostenitori dell’ortodossia russa. Dubček subentra a Novotny come segretario con un mandato molto chiaro: riportare in Cecoslovacchia la libertà di pensiero ed un “socialismo umano”. Di lui, della sua forza carismatica, non si era ancora reso conto il russo Leonid Brežnev che pure l’aveva incontrato in tempi non sospetti senza degnarlo di una parola significativa.

Gli illegali, di Piernicola Silvis [SEM 2019]

Per volere dei pezzi grossi di Roma, Renzo Bruni trasloca con la sua squadra da Foggia a Napoli per indagare sulla morte dell’ex prefetto, ormai in pensione, Raffaele Esposito, uomo in vista e dal passato non tanto cristallino. Renzo si scontra più di una volta con il suo avvocato, Manuel Capone, viscido faccendiere della malavita, cocainomane, in cerca di riscatto e soldi per curare la figlia Rosdiana, a cui sono rimasti pochi giorni di vita.

Il bambino nascosto, di Roberto Andò [La nave di Teseo 2020]

Roberto Andò, palermitano, scrittore, regista e sceneggiatore, nel suo romanzo criminale non si interessa agli intrighi della cronaca nera, bensì concentra tutte le sue attenzioni sui legami affettivi che possono nascere in quei contesti sociali, che non fanno solo da sfondo, ma condizionano la crescita e la vita delle persone.

Gabriele Santoro ha un rito: ogni mattina, mentre rifinisce la barba e aspetta il postino, declama una poesia allo specchio. Quella mattina è diversa perché, dopo aver aperto la porta ed essersi infilato di nuovo in bagno, tornando all’ingresso si accorge di avere una visita inaspettata: è Ciro, un bambino. Ciro, 10 anni, è il figlio di un padre scomodo, il camorrista Carmine, che controlla per il suo boss i traffici nel quartiere.

Bufali in marcia al mattatoio, di Ahmel Echeverria [Efesto 2018]

Autore ponte fra la Generción Cero e los Novísmos, Ahmel Echevarría sceglie di raccontarci Cuba per quello che era veramente all’inizio degli anni ‘90: un groviglio di poveracci che si esprimevano soprattutto con i loro corpi, che vivevano per lo più di pulsioni erotiche, di idee e passioni, lontani davvero dai clichés televisivi delle isole caraibiche o degli ideali rivoluzionari, un posto che ha sostituito l’aroma dei sigari Havana con il puzzo di piscio e vomito, sangue e disperazione.

L’Albatros è un bar gestito da un irlandese, di cui è rimasto soltanto il soprannome, Irish Coffee: un postaccio vicino al porto, frequentato da papponi, puttane e tipi loschi. O semplicemente da chi cerca di riempirsi della quantità giusta di alcol per arrivare a casa, per l’ultimo bicchiere davanti alla televisione. Ismaele, si fa chiamare così, passa tutte le sere dal suo amico Irish Coffee, è un cliente abitudinario, che ha bisogno di concludere un’altra giornata di resistenza in quel posto senza Dio, nei bassifondi, perché proprio nel fondo di un bicchiere riesce a trovare l’umanità. Quella sosta gli serve per bere le 3-4 birre con gin o con whisky e trovare, in qualche altro relitto umano come lui, reduce da una guerra gli ha portato via un occhio, momenti di spensierato ed effimero affetto.

Eichmann – Dove inizia la notte, di Stefano Massini [Fandango, 2020]

Stefano Massini mette in scena un dialogo immaginario fra la filosofa ebrea e il gerarca nazista: Hannah Arendt ci tenne molto a seguire il processo ad Eichmann, svoltosi a Gerusalemme nel 1961 e concluso con la condanna a morte dell’ideatore della Soluzione Finale; lo guardò dal pubblico, senza poter intervenire.

Sono finalmente uno di fronte all’altro, Hannah Arendt e Adolf Eichmann: la stanza è buia, con una sola luce fioca, ma sufficiente per provare a fare chiarezza sui fatti. Adolf Eichmann è stato da poco arrestato in Argentina, siamo nel 1960. Adesso è a Gerusalemme, per essere processato: la sua colpa è quella di essere stato un bravo burocrate nazista, l’ingegnere della “Soluzione finale”. Hannah è una filosofa ebrea, scampata alle persecuzioni perché rifugiata negli Stati Uniti, dall’altra parte del continente americano rispetto all’aguzzino di tutti gli ebrei.

Mileva Einstein, di Slavenka Drakulić [Bottega Errante, 2020]

Non è facile essere la moglie di Albert Einstein, peggio è esserne la ex moglie. È la sorte di Mileva Marić. Tutto comincia a crollare dalla sera quando riceve una lettera di Albert, con le sue “condizioni”: l’ennesima dimostrazione del desiderio meschino del marito di umiliarla, non solo di lasciarla. Ma ci vuole ben altro per scoraggiarla. Ha dovuto vincere i pregiudizi dei suoi insegnanti in Serbia, ha dovuto sgomitare e dare sempre di più per affermarsi giovanissima in un contesto accademico maschile e maschilista come quello universitario del Politecnico di Zurigo; non saranno certo i capricci di un uomo in balia di sua cugina a farle del male. La sua unica preoccupazione è garantire ai figli calma e tranquillità, un ambiente che nella sua anomalia sia il più sereno possibile. La preoccupano le condizioni economiche, ma ancora di più i disturbi del suo Tete: sente rumori, sente voci, sente un mondo diverso.

Sepolcri di cowboy, di Roberto Bolaño [Adelphi 2020]

I tre abbozzi riuniti da Adelphi in questo esile volume non hanno avuto l’ultima revisione dell’autore, infatti si tratta di carte ritrovate dopo la morte di Bolaño e che dovevano costituire l’ossatura di opere ben più organiche, come I detective selvaggi, dove pure si parla di poesia, avanguardia e Messico. O forse no. Infatti con Bolaño non siamo mai sicuri di nulla: la sua narrazione sgorga in modo magmatico senza un’apparente idea precisa, anche se in realtà si snoda sempre in modo calibrato sul limite fra reale e surreale.

Prendere un aereo nel settembre del 1973 non è semplice, anche se vuoi semplicemente andare in Messico dove ti aspetta tuo padre, tuo marito. La milizia controlla, la milizia contiene e non vuole che le persone possano scappare dall’inevitabile repressione. Arturo Belano è alle prese con un check-in molto complicato, reso ancora più difficile dal nervosismo della madre che quasi si scontra fisicamente con la polizia. Alla fine c’è il ritorno a casa di Monica Vargas, dove sono ospiti in attesa del decollo.

Ivan Bunin Fratelli

Fratelli, di Ivan Bunin [Adelphi 2020]

Adelphi propone nella collana Microgrammi due brevissimi testi, Fratelli (Brat’ja) e Il figlio (Syn), che già da soli rendono in modo emblematico la cifra stilistica dello scrittore, Ivan Bunin, non a caso primo russo premio Nobel per la letteratura nel 1933. La sua scrittura, lenta e misurata, è capace di penetrare negli interstizi della mente umana per scandagliare, con sottigliezza, i piccoli movimenti, i cambiamenti.

Portare i risciò per le strade di Colombo a Ceylon (oggi Sri Lanka), è un fatto di famiglia, tanto che, quando il padre muore, il figlio ne eredita il numero da mettersi sul braccio dopo di che può tranquillamente riprenderne l’attività. È un lavoro duro, fatto di lunghi percorsi accidentati e di strani incontri, anche di quelli che non ti aspetti, così dirompenti da cambiare per sempre lo scorrere della tua vita. Tirando il risciò per portare a spasso ricchi borghesi, si arriva alle porte di case che si vorrebbe evitare, e capita pure che da una finestra si affacci, agghindata come per una festa, la ragazza che ti si è promessa in sposa. Dove sono finite tutte quelle promesse, dove sono finiti gli abbracci, i baci?