La donna degli alberi, di Lorenzo Marone [Feltrinelli 2020]

Scrivere un romanzo senza dare un nome a nessuno dei personaggi, umani e animali, solo dei soprannomi, e senza (quasi) una trama: questa è stata la vera fatica di Lorenzo Marone.

La città non è più un posto per lei, ha bisogno di respirare una vita meno confusionaria e più sostenibile. Ha bisogno di spogliarsi di quelle sovrastrutture, di quel mondo vuoto di valori, ha bisogno di cercare qualcosa di essenziale, di unico, di irrinunciabile. Non resta allora che fuggire verso l’infanzia, verso quei luoghi che l’hanno vista crescere rimanendo immutati.

In men che non si dica, prepara la borsa e va al Monte, alla casa di suo padre, dove tutto si presenta come l’aveva lasciato, con un po’ più di polvere, ma c’è tutto. Un cambiamento che può spaventare, perché bisogna reinventarsi. In questo suo abbandonarsi non c’è paura di restare sola, di essere del tutto dimenticata, anzi scopre di avere persone che vegliano su di lei con molta discrezione: la Rossa, che le prepara la polenta con la ricetta della nonna; la Guaritrice, che sa starle vicino con il suo entusiasmo di bambina; lo Straniero, che con il suo lavoro di ristrutturazione della baita le mostra la strada dell’armonia con il bosco. Un equilibrio difficile da conquistare, con la natura e con gli animali, con gli uomini e con le piante, fatto di tanta fatica, costanza e tenacia: lavorare in silenzio piantando abeti, cullata e protetta dai raggi del sole; dare da mangiare ad una volpe sospettosa; guardare le luci del bosco protetti dal freddo della notte dal solo cappuccio della felpa. Ma alla fine anche gli schivi montanari si affezionano, alla Donna degli Alberi…

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