Il giocatore di scacchi di Maelzel, di Edgar Allan Poe [BUR Rizzoli 2021]

Non è uno saggio affascinante per brillantezza, anzi qua e là si vede una certa sprezzante arroganza a corredo di ogni sua argomentazione: ma è sicuramente un saggio di grande prospettiva per lo scrittore, dato che nell’argomentazione per punti dell’inganno della macchina si vede l’acume poliziesco che poi caratterizzerà tutte le sue opere più famose.

L’arrivo in America dell’automa degli scacchi, ideato nel 1769 dall’ungherese Wolfgang von Kempelen per Maria Teresa d’Austria e perfezionato dal tedesco Johann Nepomuk Maelzel, inventore ed ingegnere, desta non poca curiosità fra gli attoniti ed entusiasti spettatori.

Si tratta di una macchina capace di sostituirsi ad un uomo e capace addirittura di sfidarlo in esercizi mentali, come quello complesso della strategia scacchistica. Lo stesso Maelzel, che si rivela anche come esperto uomo di spettacolo, si perita durante il viaggio in America a presentare la sua creatura esibendola in brevi partite con un pubblico stupito dalla capacità del Turco – questo il nome che prende l’automa per come è abbigliato – di decidere come spostare i pezzi sulla scacchiera e mettere in difficoltà il suo avversario, umano. Maelzel ci tiene molto a far vedere ai suoi spettatori che non c’è nessun trucco: apre tutti i cassetti, sistema una luce per far vedere gli ingranaggi, lascia che si avvicinino a meglio capacitarsi della stravagante creazione, carica l’automa e… dà avvio alla partita con un volontario preso egli stesso dal pubblico. Con movimenti sicuri, qualche scossone della testa e ogni tanto un tentennamento, in mezz’ora la macchina elabora la sua strategia e affronta l’umano, spesso vincendo, a volte anche perdendo. Ma non è mai tutto come sembra, e se il trucco non si vede, c’è però l’inganno!

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