Quando gli studenti fanno “oh”, la polizia usa i manganelli

Mi aspetto di poter esercitare il mio diritto di pensiero, parola e manifestazione (pacifica!) sempre e dovunque e mi aspetto anche che si lasci a tutte e tutti la possibilità di farlo: diversamente stiamo piombando di nuovo nella barbarie del ventennio fascista.

Ha fatto molto discutere il comportamento della polizia alle manifestazioni degli studenti che protestavano per la morte di Lorenzo, il 18enne deceduto durante uno stage di II livello presso un’azienda di Udine.

E’ accaduto scientificamente con la stessa violenza e contemporaneamente a Milano, a Roma ed a Torino, prontamente ripreso in tutti i casi e denunciato almeno sui social per la violenza gratuita che le cosiddette forze dell’ordine hanno mostrato nei confronti degli studenti scesi in piazza.

Il comportamento della polizia che ha apertamente malmenato con i manganelli i ragazzi che protestavano è stato oggetto di reprimende istantanee e anche di una interrogazione parlamentare.

Fino alla provocazione di J-Ax che ha suggerito ai ragazzi di manifestare col braccio teso (il saluto romano, per intenderci) per evitare le manganellate.

L’Italia dovrebbe essere uno Stato in cui è possibile manifestare, pacificamente si intende, eppure da diversi mesi le piazze, prese d’assalto dalla disperazione degli italiani, sono diventate luoghi di guerriglia, spesso unidirezionale, sotto un’attenta regia oscura, quella dello Stato.

Ci sono state spesso provocazioni, ma è anche stato dimostrato che a smuovere gli animi sono state forze eversive di matrice neofascista che hanno guidato la folla, colpevolmente connivente, in atti di squadrismo. Un esempio plastico è l’assalto alla sede nazionale della CGIL di Roma dello scorso 9 ottobre: partito da piazza del Popolo, un gruppo di sediziosi, guidati da Roberto Fiore e Giuliano Castellino – poco prima in piazza del Popolo ad aizzare la folla- è entrato nel palazzo di Corso Italia e ha devastato esterni e pian terreno.

Episodi analoghi nei sabati successivi a Milano, davanti alla sede CGIL di Porta Vittoria.

C’è qualcosa che non torna (o almeno non torna più) in modo palese: con la stessa fermezza, le forze dell’ordine -meglio del disordine- hanno presidiato e contenuto a manganellate i manifestanti pacifisti e contemporaneamente permesso agli squadristi gli assalti alle sedi sindacali senza muovere un dito.

Già, perché è facile fare i forti con chi è debole, o meglio è pacifico, e essere assenti dove invece è richiesto ed è necessario un presidio di democrazia.

Ma è un’assenza colpevole, un’assenza complice ingiustificata che dovrebbe farci tremare le vene dei polsi perché in un Paese civile ci aspetteremmo il contrario: fermare gli scalmanati e contenere osservando invece i pacifisti.

Invece no, da noi non funziona così.
C’è troppa complicità di alcuni elementi delle forze dell’ordine, una complicità che purtroppo getta una luce oscura su tutto il corpo della polizia, come insegnano purtroppo fatti ancora non ben chiari che risalgono alla Caserma Diaz ed a Genova 2001.

Ovviamente le responsabilità sono anche del nostro Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, dalla quale ci si aspetta, anziché la serafica calma con cui sta accettando questi misfatti, una risposta chiara e netta di condanna alle violenze arbitrarie, con controlli seri e severi sia sui sovversivi dell’ordine pubblico sia sull’abuso indiscriminato di forza della polizia.

Il fatto che non sia un fenomeno tutto italiano non mi rincuora: mi aspetto di poter esercitare il mio diritto di pensiero, parola e manifestazione (pacifica!) sempre e dovunque nel nostro territorio, mi aspetto anche che si lasci a tutte e tutti la possibilità di farlo, anche e soprattutto agli studenti, che hanno già annunciato per il 4 febbraio nuove e responsabili manifestazioni (contro la violenza della polizia, per la sicurezza sui posti di lavoro e a scuola e per un esame di Stato differente).

Il venir meno di questi diritti ci farebbe precipitare in un baratro di imbarbarimento, storicamente riconducibile al ventennio fascista, da cui difficilmente potremmo uscire senza uno sforzo condiviso e cosciente di tutta la società civile.


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