Sull’inutilità e sull’inopportunità dello schwa (ə), abominio linguistico

schwa

Dopo la polemica sullo schwa (ə) utilizzato maldestramente in un documento ufficiale si impone nella discussione storico-politico-culturale qualche chiarimento scientifico sull’inutilità ed inopportunità di questo nuovo simbolo nel nostro alfabeto linguistico.

Da (fu) linguista reputo l’introduzione della schwa (ə) un abominio, per diversi motivi.

Intanto non rispetta l’evoluzione della lingua che ha bisogno dei suoi tempi per stabilire concordanze, armonizzazioni, verificando anche se quella introduzione è necessaria (c’è una legge nella linguistica che è quella dell’economicità: la lingua assume solo ciò che serve, elimina ciò che crea confusione e ciò che è inutile).

[esordio burocratico dello schwa (ə) ]

Le numerose e maldestre imprecisioni e l’incapacità di dominare l’armonizzazione, la consonanza, decretano la prematurità di quest’innesto.

La schwa (ə) dovrebbe essere un espediente grafico-fonetico per indicare un genere indistinto, né maschile né femminile, in un’ottica di “politicamente corretto” che dia spazio al fluid gender (già qui mi si rizzano i pochi capelli: la lingua italiana non è in grado di esprimere tutti questi concetti in italiano e non in inglese? Certo che sì, ma detti in inglese fa più effetto). Quella che nelle lingue che hanno solo due generi (p.e. italiano e francese, diverso per inglese e tedesco) si chiama neutralizzazione e che avviene, per forza di cose, su uno dei due generi presenti in quella lingua.

Piaccia o non piaccia, per questioni chiaramente linguistiche legate all’eredità latina della nostra lingua, non a caso rientrante nella schiera delle lingue romanze (< *romanice loquitur, si parla secondo il mondo dei romani, ovvero in latino), la neutralizzazione avviene nel maschile, perché il neutro latino ha desinenze più affini al maschile (fatte le dovute eccezioni che derivano spesso dal plurale neutro p.e. gioia < GAUDIA).

La lingua italiana è precisa, deve esserlo, perché una lingua vaga dà vita (o è conseguenza) di un pensiero vago.

La lingua è foneticamente e graficamente coerente: in italiano non esiste il suono indistinto rappresentato graficamente dalla schwa (ə), che invece è presente nelle varianti dialettali del nord e del sud, ora per rappresentare distinzioni di numero (singolare – plurale), ora di genere (maschile – femminile).

Per queste ragioni l’introduzione forzata ed ideologica dello schwa (ə), diventato un fronzolo e vezzo radical-chic, non ha al momento futuro, finché non si radica in maniera spontanea nel parlato e quindi nello scritto: allo stato attuale, lo dimostra anche l’esperimento maldestro in burocratese nel primo esordio documentale ufficiale dell’Università, la lingua sta respingendo questa costrizione che non risponde a nessuna delle regole e risulta un artificio prima ancora che una necessità.

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