Epistole e favole, di Antonio Gramsci [Mauna Loa 2021]

A volte può sembrare strano, perfino sgradevole, leggere i rigidi biasimi che il padre impartisce ai suoi figli, dai quali è distante: ma è l’atteggiamento corretto, fingere, per quanto possibile, di vivere una normalità familiare che il carcere cancella.

Cinque anni dopo un primo Natale ad Ustica vissuto da confinato, Antonio Gramsci, al momento ancora in carcere, sente il peso dell’abbrutimento di quegli anni trascorsi a vivere isolato dal mondo a causa delle sue idee politiche.

Ha perso il sorriso e la spensieratezza degli anni della gioventù, ha perso quell’ingenuità e quell’entusiasmo giovanile, ma non se la passa male: ha voglia di leggere, ha voglia di organizzare le sue conoscenze, ha voglia di continuare il suo progetto politico, ma ha anche una fortissima voglia di vivere e di conoscere tutto dei propri figli, della moglie e di sua madre, abbandonate forzatamente anni prima. Non riesce a percepire a pieno lo scorrere della vita e più volte esprime il suo rammarico per non essere al loro fianco e aiutarli, tuttavia non si lascia mai andare ad un lamento, ad una recriminazione. Il peggio è la noia di dover trascorrere le giornate tutte uguali, tutte con la stessa asfissiante routine quotidiana. Ma Gramsci si sente ancora vivo, è mosso dalla solita curiosità di sempre di apprendere informazioni, di conoscere la vita, per questo si fa forza e ripercorre la sua adolescenza raccontandola ai suoi figli lontani: racconta di come allevava ed addomesticava uccelli, serpenti, lucertole e ricci; racconta degli anni nella scuola lontana, delle prime esperienze di scuola, dei suoi sogni di diventare carrettiere o usciere della Pretura. E soprattutto chiede, chiede in continuazione ai suoi figli, alla moglie, di aggiornarlo, di tenerlo al corrente, di sfamare la sua curiosità di vivere, senza la quale tutto finirebbe…

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