Cane sciolto, di Miro Rezzaglia [Passaggio al bosco, 2021]

anni 70

Ci vuole poco a trovarsi dalla parte sbagliata: basta coprirsi la faccia e fare un gesto distintivo, come un saluto romano, per decidere con chi stare e quale croce abbracciare.

Non che ci siano particolari pensieri o ideologie da mettere in ordine, si tratta di decidere quale pezzo di storia andare ad imbrattare. Ci vuole davvero poco a prendere in mano un megafono e lasciare uscire fuori tutto quello che si muove dentro, in una sorta di trance ipnotica che supera ogni ragione, cercando il consenso di chi magari non ha proprio gli stessi nostri pensieri, le nostre idee. Ma poco importa, bisogna esserci e lasciare il segno. Ci vuole poco a ficcarsi in una rissa, a scuola o per strada, ovunque si sente vibrare la vita, ad essere schedato ed interrogato, a ritrovarsi a fabbricare molotov o imparare la strategia degli scacchi giocando con uno zingaro nella stessa cella del carcere. Ci vuole ancora meno a trovarsi in tasca una pistola ed un colpo mortale alle spalle, per farsi giustizia da solo. Alla vita vorrebbe rispondere con irriverenza e ironia, ma gli resta soltanto l’insofferenza e l’indifferenza da ostentare verso una società ed un potere che di lui se ne infischiano, o almeno a lui sembra che sia così. E solo questo conta. Poi c’è lei, così diversa con quei suoi vestiti a fiori che colorano la sua rabbia, le zatterone ai piedi e la borsa di pelle. Tutti i giorni va a prenderla con il suo motorino sgangherato all’uscita da scuola: lo guardano male, ma lui non li vede, perché i suoi occhi e le sue attenzioni sono solo per lei. Il resto non conta, resta fuori…

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