Intervista a Silvia Bottani

Nell’intervista proviamo ad approfondire qualche aspetto del suo mestiere di scrivere, indagando fra modelli, percezioni, sensazioni, progetti e intenzioni.

Silvia Bottani, critica d’arte e giornalista per numerose testate online, ha scelto per il suo esordio narrativo di cimentarsi con il romanzo noir a sfondo sociale: atmosfere afose, personaggi in conflitto con loro stessi e con il mondo, storie di uomini e donne diversi per pelle, credo e cultura, ma accomunati dalle stesse paure di esseri umani. Nell’intervista che Silvia ha concesso a Mangialibri, proviamo ad approfondire qualche aspetto del suo mestiere di scrivere, indagando fra modelli, percezioni, sensazioni, progetti e intenzioni.

Hai scelto come ambientazione una “Milano nera” di qualche anno fa, però senza una netta contrapposizione fra centro e periferia. Mi sembra di intravedere nel tuo progetto/oggetto il tentativo di andare oltre cliché ed etichette e di voler rappresentare la complessità di una grande città, ma più in generale la complessità della nostra società, fatta di generazioni affermate e smarrite, generazioni emergenti, amicizie e gusti nascosti, fatta di differenze e tentativi di integrazione. C’è più che altro una contrapposizione fra la Milano “bene”, traffichina e cocainomane, e la Milano dei derelitti, immigrati, prostitute, tossici… Tutto questo è Milano, tutto questo è la nostra società?
La città che racconto è la Milano odierna, una metropoli che ha molto in comune con altre grandi città europee, che sono un osservatorio privilegiato di alcune tendenze in atto nella società. Milano, in particolare, è una città di povertà e di grandi capitali finanziari, di speculazione edilizia e gentrificazione, di integrazione e consumismo, che sfrutta talenti e ha una fede quasi religiosa nel mito della produzione. È anche oggetto di una narrazione, frutto di una precisa scelta di marketing, che non rende giustizia alla sua complessità. Gli aspetti oscuri ce ne restituiscono invece le contraddizioni e l’autenticità: nel mio romanzo ho cercato di darne una rappresentazione non pacificata né moralistica, perché credo che i conflitti vadano accolti, non rimossi. Ho poi costruito i personaggi come un’incarnazione dell’energia psichica della città, facendo in modo che ognuno ne portasse in sé alcuni caratteri. Mi piaceva l’idea che fossero loro ad appartenere ai luoghi che vivono e non viceversa: l’idea dello spazio che ci abita come forma di possessione mi interessa, soprattutto ora che i luoghi sono sempre più transitori e noi siamo sempre meno “radicati”.

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