Quando la crisi sanitaria legata alla virulenta e mortale diffusione del COVID-19 ha invaso e sconvolto tutta la Cina, il presidente Xi Jinping ha messo in atto l’unica difesa possibile: ha richiamato all’ordine ed alla disciplina il suo popolo e, attraverso una serie di pressanti restrizioni accettate dai cinesi, è riuscito a debellare il male.

Ha poi fatto di più, perché ha trasformato questa vittoria in uno spot propagandistico, facendo della Cina un modello etico e politico da perseguire e assicurando che il suo Paese, la sua tecnologia, la sua scienza, si sarebbero subito offerti di dare aiuto e solidarietà a quegli altri Paesi che, lontani dai costumi dell’estremo Oriente, da soli non sarebbero riusciti a superare l’enorme sfida selettiva chiamata “pandemia”. Si tratta dell’opportunità di un nuovo inizio. Perché una calamità naturale come quella del coronavirus è, nella cultura comune dei popoli occidentali e di quelli orientali, un momento per fare piazza pulita e ricominciare d’accapo: c’è stata la peste di Atene raccontata da Tucidide, ci sono i segni devastanti del vaiolo raccontati dal medico cinese Ge Hong. E anche la rotta transcontinentale del COVID-19 non è una novità culturale se si pensa all’epidemia Antonina, raccontata da Luciano di Samosata e dall’imperatore Marco Aurelio, che colpisce l’impero romano nel 165 d.C. ma che ha la sua origine nella Cina della dinastia Han. Sono momenti in cui si pensa a ripulirsi e ripartire, sono momenti in cui i due mondi così distanti, dell’Occidente e dell’Oriente, tentano di ricomporsi…

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