Sepolcri di cowboy, di Roberto Bolaño [Adelphi 2020]

I tre abbozzi riuniti da Adelphi in questo esile volume non hanno avuto l’ultima revisione dell’autore, infatti si tratta di carte ritrovate dopo la morte di Bolaño e che dovevano costituire l’ossatura di opere ben più organiche, come I detective selvaggi, dove pure si parla di poesia, avanguardia e Messico. O forse no. Infatti con Bolaño non siamo mai sicuri di nulla: la sua narrazione sgorga in modo magmatico senza un’apparente idea precisa, anche se in realtà si snoda sempre in modo calibrato sul limite fra reale e surreale.

Prendere un aereo nel settembre del 1973 non è semplice, anche se vuoi semplicemente andare in Messico dove ti aspetta tuo padre, tuo marito. La milizia controlla, la milizia contiene e non vuole che le persone possano scappare dall’inevitabile repressione. Arturo Belano è alle prese con un check-in molto complicato, reso ancora più difficile dal nervosismo della madre che quasi si scontra fisicamente con la polizia. Alla fine c’è il ritorno a casa di Monica Vargas, dove sono ospiti in attesa del decollo.

Per il momento non ce n’è e devono rimandare il loro viaggio. Arturo è fuori controllo, preferisce saltare la scuola per trascorrere le sue giornate nelle librerie, ad ascoltare le storie delle terre della sua famiglia, a Villaviciosa, a Santa Teresa, paese di poche anime, ma tanta tradizione. Preferisce rifugiarsi nei film, nelle letture. Finché non capita nella resistenza cilena. E poi c’è Patricia Aranciba, che lo salva la mattina del golpe, per poi scomparire: desaparecida!

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