Quello che fa più paura a Stilfs (Stelvio) non è il silenzio e neppure è la solitudine: a quelle si fa l’abitudine. Quello che fa più paura è la possibilità che qualcuno, un forestiero, arrivi a turbare quella situazione orami routinaria, abitudinaria.

Uno straniero, un intruso in quella quiete irreale, non è opportuno che arrivi, non è bene che arrivi: nuove idee, nuove insidie. In quel mondo fatto di abitudini quotidiane, capita anche di sfiorare per anni con lo sguardo una persona che ci cammina tutti i giorni accanto, senza sapere quella persona chi sia, cosa pensi, cosa voglia. Ci sono però dei particolari che non tornano: la stoffa di quel cappotto, un loden, che continuano a fabbricare nelle valli, è comodo, è elegante, è caldo, ma è anche tremendamente simile a quello che aveva lo zio morto qualche anno prima. Di più: non è simile, sembra proprio lo stesso. Possibile? E sempre in quella valle affogata ai piedi dell’Ortles, due fratelli hanno deciso di partire da Gamagoi per andare a vivere due anni in una malga qualche centinaio di metri più in alto, isolati da tutto e da tutti: è una lieta eredità che permetterà loro di pensare con più calma al senso della propria vita. Camminare in montagna aiuta a pensare, e nel silenzio di un paesaggio protagonista e padrone della scena, i due fratelli scoprono che le loro esistenze sono molto più simili di quanto potrebbe sembrare. Acrobazie e lavoro, paura e ostinazione: serve la solitudine della montagna per ritrovare un fratello…

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