Dalle urne del 25 settembre è stato chiaro a tutti che nella sinistra perdente il Partito Democratico esce con le ossa rotte. Dalle prime elezioni politiche (2008) alle quali ha partecipato, alle ultime (2022), in soli 14 anni, il Partito Democratico ha dissipato ben 7 milioni di preferenze, passando dal 33% al 19%.

(tabella copiata da Wikipedia)

Andare alla fonte di questo disinnamoramento deve essere l’obiettivo principale del futuro congresso costituente, se ci sarà, annunciato subito dopo il dato delle elezioni perse il 25 settembre (con un risultato in percentuale in linea con le elezioni del 2018, ma in assoluto più basso in termini di preferenze, quasi un milione in meno).
Non è chiaramente compito mio, che non sono mai stato elettore del PD, indagare su questi mali oscuri, tuttavia ritengo necessarie alcune constazioni:

1- il Partito Democratico è un partito maschilista, che predica la parità, ma in 14 anni non ha mai avuto una segretaria donna (si sono susseguiti Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi, Martina e Zingaretti e oggi Letta) … Lo è stato sicuramente anche il PCI [Antonio Gramsci (1926-1927) Ruggero Grieco (1934-1938) Palmiro Togliatti (1927-1934 e 1938-1964) Luigi Longo (1964-1972) Enrico Berlinguer (1972-1984) Alessandro Natta (1984-1988) Achille Occhetto (1988-1991)], ma lo è stato anche La Margherita, con segretario Francesco Rutelli [poi sostenuto dal PD come sindaco di Roma, testimone passato a Veltroni].

2.- il Partito Democratico non ha una leadership stabile: in 15 anni di vita si sono susseguiti ben 8 segretari, con ben 2 periodi di transizione (Epifani e Martina). Senza contare le fronde interne, che più che ad un partito, fanno assomigliare il PD ad una federazione di movimenti. Chiaro che a queste condizioni non è possibile maturare un disegno politico omogeneo, ma si resta sempre nell’indeterminatezza dell’accordo permanente. Insomma, più che di idee si parla di poltrone. Dall’altra parte, che si vinca o che si perda, i ruoli carismatici di front-man restano invariati: Berlusconi per FdI e Salvini per la Lega.

3.- il Partito Democratico ha abdicato alla sua natura di partito di sinistra progressista [quella del Partito dei Democratici di Sinistra – PDS], ma ancora prima ha abdicato al ruolo di partito del lavoro, degli operai, degli ultimi, per assumere nella sua cabina di regia il gruppo politico moderato di area cattolica de La Margherita (da cui provengono Franceschini e Letta, ma anche i ministri Gentiloni, Parisi, Marini, Bindi …), per imbarcare in ultimo, non senza qualche mal di pancia, anche Pierferdinando Casini (con un passato da UdC, Unione dei Democratici Cristiani, già nelle elezioni del 2018) e Carlo Cottarelli.
La verità è che il Partito Democratico non rappresenta il mondo del lavoro, né i giovani, né le donne

UN APPROFONDIMENTO
–> analisi del voto di Youtrend
Le mappe del voto
–> analisi del voto di CISE
L’identikit degli elettori italiani 2022: i principali partiti a confronto

Probabilmente si chiede troppo a questo partito che vuole essere l’erede del Partito Comunista Italiano e della tradizione cattolica dell’area di sinistra della vecchia Democrazia Cristiana; e, molto probabilmente, i limiti di questo partito stanno proprio nell’assenza di una vera identità, indecisa se voltare verso la tutela dei diritti sociali o se cedere alle esigenze della medio-alta borghesia.

(di’ qualcosa di sinistra…)

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