Un dottore che sbuffando ed alterandosi urla ad un paziente terrorizzato in mutande sul freddo tavolo di un ambulatorio medico: potrebbe essere l’incipit di un romanzo o di uno sketch comico, è invece l’immagine più chiara e lampante di chi veste i panni del borioso e spietato prepotente e di chi invece subisce un sopruso, anzi il sopruso.

È la stessa iconografia che ritroviamo nella storiella del lupo e dell’agnello, quella che abbiamo imparato dalla fiaba di Fedro che meglio di tutte ha impresso nel nostro immaginario la plasticità ed il senso del sopruso: il predatore arrogante, protervo, in alto, incombente, sulla vittima. Il primo sgraziato, rabbioso, maleducato; il secondo invece gentile, smarrito, spiazzato da quella violenza. Ma ci sono tanti modi diversi di dominare la gentilezza degli altri: lo fanno gli Hare Krishna quando con le loro musiche ed i loro canti monocordi occupano il nostro spazio uditivo, occupano il nostro spazio fisico, ci impongono la loro presenza. Ci sono poi modi più eclatanti: una rapina in banca o il rispetto della fila alla posta. Su un confine molto sottile fra lecito e sgradito, in modo molto puntuale, siamo esposti tutti i giorni ad un difficile equilibrio con chi abbiamo di fronte, e molto spesso questo equilibrio si rompe a favore di qualcuno che si prende tutto con rabbia, soprattutto la nostra tranquillità e la nostra gentilezza, infierendo su di noi con vessazioni e con quel piacere sottile che prova chi pensa di avere una posizione più alta nella scala della vita. È una battaglia quotidiana con l’altro, quella del prossimo con il prossimo che non rispetta il suo prossimo, una battaglia che a volte ci vede vincitori ed a volte invece vittime…

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