Le telefonate all’alba sono sempre messaggere di morte e disgrazia. Ed è stato così anche per Tijana il 24 marzo 1999: “Hanno bombardato Belgrado!”.

Dopo un primo momento di sbigottimento, cominciano 68 giorni senza lacrime, fatti di continui viaggi nella sua città natale, accompagnata soltanto dalla rabbia e dal rancore. Tijana farà la strada inversa dei profughi: la gente fuggiva da Belgrado, dalla Serbia, per salvarsi, lei cercava di entrarci per ritrovare i suoi familiari ed i suoi amici, ma anche per raccontare l’assurdità e l’ingiustizia di quella guerra. Mentre di giorno tutto sembra svolgersi nella quasi normalità, la notte è percorsa da paura e speranza: di non essere colpiti, di riuscire a sopravvivere, di rivedere la luce dell’alba. In questo viaggio della memoria e della storia attuale, Tijana scopre quanto possano fare male i pregiudizi e le ideologie, quanto siano carichi di dignità e di orgoglio gli uomini che non le hanno volute, ma sono costretti a subire le guerre. Per questo il suo grido di dolore e di rancore è rivolto a tutti i complici di quel massacro che demonizzando i serbi hanno decretato una guerra ingiusta deturpando la geografia di Belgrado, colpendone a morte la storia e la cultura, squarciandone il cielo. L’ultima immagine è quella del padre che, curvo per la vecchiaia, la saluta senza voltarsi portandosi sulle spalle il peso di quel cielo violentato…

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