Il Mondiale degli altri

Possiamo pensare ad uno scenario (sportivo, si intende) peggiore di un mese fra ottobre – novembre 2022 con i campionati fermi ed i mondiali di calcio in Qatar in pieno svolgimento senza la nazionale italiana fra i protagonisti? Dobbiamo farlo.

L’incanto dell’estate 2021, quella dello Sport Italiano, è terminato, almeno per il calcio.
A distanza di quasi un anno da campioni di Europa ad eliminati dal Mondiale, per la seconda volta consecutiva. Nulla di drammatico, se non da un punto di vista sportivo, e tutto evitabile, a patto che si ripensi globalmente il calcio italiano.
Dopo l’eliminazione delle squadre italiane dalla competizione europea principale, la Champions League, dove Inter e Juventus si sono fermate agli ottavi, il calcio italiano resta protagonista soltanto in competizioni inferiori, come l’Europa League con l’Atalanta e come la neonata Conference League con la Roma: francamente un po’ poco per la nazione che è sesta nel ranking mondiale -discutibile- della FIFA.
Molti lamentano la presenza di troppi stranieri nei nostri campionati: in realtà non sono troppi gli stranieri, ma non sono determinanti e sono scelti o perché a fine carriera (come nel caso di Frank Ribery alla Salernitana: diverso il discorso per Olivier Giroud al Milan) o semplicemente perché più economici degli italiani, anche se di medio-basso livello. Il gusto dell’esotico, che ci ha portato a naturalizzare in fretta e furia Joao Pedro e Luiz Felipe inutilizzati, resta comunque schiacciato da un concetto di gioco statico, lento e prevedibile, come l’ultima Italia di Roberto Mancini CT, che comunque ha il merito di aver perso solo 2 delle 41 partite gestite (una con la Spagna in Nation League e una con la Macedonia). Il vero problema è l’assenza di progetti a largo respiro, di programmazione, di gioco: l’Italia del 2021 aveva battuto la Spagna e l’Inghilterra a domicilio, ma sempre ai rigori dando le prime avvisaglie della fine del bel gioco, ma ha dissipato il vantaggio nelle qualificazioni europee impattando con squadre abbordabili ed esprimendo un gioco sterile.
Da ricostruire:
a) l’attacco: se gli esperimenti erano al capolinea, giustamente, è innegabile che le scelte (in particolare il duo Insigne-Immobile) non si sono mostrate all’altezza della prova;
b) la difesa: la Macedonia ha fatto un solo tiro in porta, è bastato;
c) l’approccio: la frenesia dei cursori di centrocampo (Verratti al centro-sinistra e Berardi al centro-destra) è indice di insicurezza.

Abbiamo bisogno di recuperare la freschezza di gioco degli Europei, ma anche la calma ed il cinismo dei campioni che non tremano di fronte a regali improvvisi e non cincischiano per cercare la “giocata”.
Forse dovremmo pensare meno al calciomercato e più alla costruzione di un’identità di gioco, di intenti, di passione: quelle che sono mancate in questi ultimi mesi di calvario della nostra nazionale di calcio.
E si sa, in Italia il calcio è metafora della vita civile.

Anche questa volta, andrà meglio la prossima volta.


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