Il fascismo secondo Pasolini, di Alessandro Viola [Mimesis 2020]

Rivisitare la figura di Pier Paolo Pasolini, ultimo vero intellettuale militante, vittima della sua stessa ortodossia, persona controversa che ha attraversato il cuore del XX secolo, è un’operazione importante e necessaria. La scelta strategica di partire da un tema, spinoso come l’antifascismo, è attuale e problematica

Già da quando era nel GUF (Gruppo Universitario Fascista), articolazione del Partito Fascista, all’inizio degli anni ‘40, Pier Paolo Pasolini ha criticato il regime non tanto per i contenuti ideologici, quanto per la povertà del dibattito culturale: i suoi interventi agli incontri del CineGuf degli ambienti universitari bolognesi sono stati fin dall’inizio indirizzati contro quel contesto asfittico fatto di luoghi comuni e di stereotipi.

Fin da subito, dalle prime giovanili discussioni, ha sofferto la ristrettezza culturale della proposta fascista. Pasolini di fatto non si è mai posto il problema se aderire o non aderire al Partito Fascista da un punto di vista politico, ma se n’è fatto un cruccio da un punto di vista estetico-culturale. Del resto, figlio di un ufficiale fascista, con un fratello desideroso di combattere, ma fra i partigiani, Pasolini ha invece mantenuto sempre un profilo politico basso: accostatosi all’idea della gioventù e della guerra, Pasolini inizia la sua riflessione culturale in un ambiente storico e sociale pienamente impregnato di fascismo, prepotentemente occupato dal fascismo, benché fosse una presenza di forma prima ancora che di contenuto. Da lì la grande capacità, nel corso degli anni, di costruirsi un proprio percorso di critica al fascismo, mai banale, come mai banale è stata ogni riflessione dell’intellettuale di Casarsa…

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