Cinque anni dopo un primo Natale ad Ustica vissuto da confinato, Antonio Gramsci, al momento ancora in carcere, sente il peso dell’abbrutimento di quegli anni trascorsi a vivere isolato dal mondo a causa delle sue idee politiche.

Ha perso il sorriso e la spensieratezza degli anni della gioventù, ha perso quell’ingenuità e quell’entusiasmo giovanile, ma non se la passa male: ha voglia di leggere, ha voglia di organizzare le sue conoscenze, ha voglia di continuare il suo progetto politico, ma ha anche una fortissima voglia di vivere e di conoscere tutto dei propri figli, della moglie e di sua madre, abbandonate forzatamente anni prima. Non riesce a percepire a pieno lo scorrere della vita e più volte esprime il suo rammarico per non essere al loro fianco e aiutarli, tuttavia non si lascia mai andare ad un lamento, ad una recriminazione. Il peggio è la noia di dover trascorrere le giornate tutte uguali, tutte con la stessa asfissiante routine quotidiana. Ma Gramsci si sente ancora vivo, è mosso dalla solita curiosità di sempre di apprendere informazioni, di conoscere la vita, per questo si fa forza e ripercorre la sua adolescenza raccontandola ai suoi figli lontani: racconta di come allevava ed addomesticava uccelli, serpenti, lucertole e ricci; racconta degli anni nella scuola lontana, delle prime esperienze di scuola, dei suoi sogni di diventare carrettiere o usciere della Pretura. E soprattutto chiede, chiede in continuazione ai suoi figli, alla moglie, di aggiornarlo, di tenerlo al corrente, di sfamare la sua curiosità di vivere, senza la quale tutto finirebbe…

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