A proposito della favola della “democrazia esportata”

Non è difficile, ma la politica estera degli Stati Uniti è chiara: la democrazia si può esportare e gli unici che possono farlo sono gli Stati Uniti stessi.
Con questo mantra (“esportiamo la democrazia”) più di un presidente americano si è preoccupato di andare a ‘civilizzare’ l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, magari anche il Vietnam, oggi l’Ucraina.

Già, perché all’interno degli Stati federati, dall’Alabama alla California, al Texas (gli Stati con il numero più alto di esecuzioni capitali), c’è la convinzione di essere nel giusto (giustizia ed equità dello stato sociale, giustizia ed equità nei diritti di tutti, afroamericani, nativi americani, latinoamericani …), per cui è bene concentrarsi sugli altri, sugli incivili che sono incapaci di garantire il diritto delle donne, delle minoranze, del popolo.

Ecco perché dopo aver “trovato” (?) armi chimiche in Iraq, l’amministrazione di Joe Biden, forse uno dei più discutibili presidenti degli Stati Uniti, punta il dito sulla possibilità dell’utilizzo da parte del macellaio Putin, un “dittatore, di armi non convenzionali durante l’operazione di invasione dell’Ucraina.
Di fronte a questo abominio, gli USA -che non si sono fatti scrupoli ad usare né la bomba atomica né il napalm- sono pronti ad intervenire.

Nel frattempo, in quei luoghi dove hanno portato la democrazia, in particolare l’Afghanistan, da dove sono andati via dopo anni di addestramento democratico, il processo ‘culturale’ messo in piedi dagli stessi Stati Uniti sta dando i primi frutti: il giorno dopo l’uscita di scena degli ingiustificati presìdi militari, i talebani (che la democrazia importata avevano debellato) hanno ripreso in mano il potere, si sono appropriati delle armi che gli americani hanno lasciato sul posto, e messo in pratica gli insegnamenti democratici accuratamente trasmessi da anni di occupazione militare americana: le donne non possono andare a scuola, non possono prendere l’aereo da sole, sono estromesse di fatto dalla vita politica e sociale del Paese.

Se questi sono gli insegnamenti che la cultura delle armi e del totalitarismo militare americano, vittima delle lobby neoliberali dei fabbricanti di prodotti bellici, sono in grado di produrre e trasmettere, forse è meglio lasciar perdere.

Per ogni cosa c’è il suo tempo, anche per la democrazia, che non si esporta, ma si conquista.
E questo vale anche per gli Stati Uniti, per i quali il cammino verso la piena e vera democrazia, quella dell’uguaglianza dei diritti, della solidarietà e del bene comune come valore primo e ultimo da coltivare, è ancora molto lungo.


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