Una sera non qualunque, il 3 ottobre 1951, al Polo Ground di New York i Giants si giocano la finale con i Brooklyn Dodgers: Bobby Thompson batte un fuori campo che dà la vittoria ai Giants, imprime alla palla un colpo talmente forte e talmente preciso che la palla stessa scompare.

In tribuna si aggirano quattro persone: Jackie Gleason, Frank Sinatra, Toots Shor e J. Edgar Hoover, vale a dire un irlandese, un italiano, un ebreo e il capo della FBI. Il tiro di Bobby si perde nel blu, ma si tratta solo di una normale coincidenza in una notte di cui Don DeLillo ricorda per filo e per segno ogni emozione. Non capita tutti i giorni di vedere un verso missile lanciato nel cielo, capace di disperdersi senza lasciare traccia, fuori dal campo, forse fuori dallo stesso stadio. Il mattino dopo i giornali si aprono con l’impresa titanica del campione di baseball, ma accompagnano la notizia con un altro fatto, molto più drammatico e sconvolgente, relativo agli esperimenti nucleari dei sovietici. Eppure il ricordo di DeLillo è tutto incentrato su quella palla, su quella sera magica, su quell’evento gioioso e misterioso: i Giants vincono, ma come può una palla da baseball perdersi e far perdere ogni traccia di sé? Probabilmente di questo vive uno scrittore: della fame di storie senza finali scontati, capaci di far nascere e rievocare emozioni che sulla carta vanno oltre ogni tipo di storia reale, raccontano uno stato d’animo senza mai contraddire la vera e più ampia storia su cui si concentrano invece gli occhi del resto degli umani…

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