Lo sconto politico sulla Scuola non ha più nulla di didattico-pedagogico: gli spot che continuano a susseguirsi in questi giorni sono sempre più ideologici e disegnano scenari contraddittori ed immaginifici partoriti da cervelli che ignorano come funziona la Scuola e cosa serve alla scuola per migliorare.

Due i temi apparecchiati al meeting di Rimini e sviscerati da politici e giornali: l’obbligo/diritto allo studio e il tempo scuola.

Sull’obbligo/diritto allo studio: la discussione langue sterilmente sulla necessità di garantire a tutte e tutti i bambini l’accesso al servizio scolastico da 0 a 18 anni. Con dei distinguo, chiaramente.
La situazione oggi prevede che tutto il settore 0-6 sia fuori dall’obbligo scolastico che comincia con la prima elementare/primaria e si conclude col biennio delle scuole superiori di secondo grado, fermo restando il diritto all’istruzione fino al termine della suola secondaria.
La politica su questo è molto divisa, perché forti sono le pressioni sia delle scuole paritarie/private/confessionali sullo 0-6, sia per la pressione di chi crede nell’inutilità di studiare quando non si ha voglia e nella necessità di essere subito inseriti nel mondo del lavoro.
Di fatto è chiaro che l’interesse non è affatto di tipo pedagogico (andare a scuola già a 3 anni porta di fatto enormi benefici per tutto il percorso scolare successivo), ma ideologico giacché si fanno avanti i sostenitori della scuola paritaria e confessionale che soprattutto nelle regioni del Nord (Veneto e Lombardia su tutte) accolgono il 60% dei bambini nella cosiddetta età prescolare. L’idea di una statalizzazione del settore toglierebbe mercato sia alla Chiesa (scuole FISM / Agidae) sia a Confindustria (scuole Aninsei): non è quindi un caso che se ne sia parlato a Rimini, durante l’incontro annuale di Comunione e Liberazione.
Di recente l’Istituto Cattaneo di Bologna ha fatto un’analisi accurata della diffusione della scuola dell’infanzia in Italia aggiungendo che (conclusioni già in parte note) per la statalizzazione omogenea in tutto il territorio nazionale occorre un investimento di 420 milioni di euro a cui aggiungerne altri 3.500 milioni circa per l’assorbimento del personale attualmente impiegato in quelle scuola.
“Statalizzazione omogenea” perché, come si legge fin dal titolo (Una disuguaglianza nascosta), non tutto il territorio italiano è attrezzato con spazi e personale qualificato e molto spesso la scelta per la scuola non statale è operata dai più ricchi, capaci di affrontare la spesa di rette molto alte, che richiedono servizi ad personam che vengano incontro alle loro esigenze personali. La scuola à la carte.
Per gli spazi può intervenire il Pnrr, ma sul personale c’è da fare un investimento politico.
Da questi pochi numeri è chiaro che non si sta parlando astrattamente dei benefici di un obbligo scolastico anticipato almeno al 3-6 (che tutti i politici chiaramente ignorano), ma di un servizio che oggi frutta lauti guadagni ai privati, ma che sarebbe un enorme investimento culturale per lo Stato.
C’è poi l’altro capo, il tema dell’estensione dell’obbligo scolastico fino a 18 anni, ovvero che senso ha tenere i ragazzi a scuola fino a 18 anni se hanno voglia di andare a lavorare?
Cioè si sta dicendo che si può abdicare all’istruzione per entrare subito del mondo del lavoro. Il commento è tuttavia politico: l’obbligo scolastico 3-18 risponde ad una “mentalità statalista, centralista, burocratica, dove tutto lo decide lo stato, prima dello stato vengono i cittadini“.
Nessuno si è soffermato sull’impoverimento culturale che generebbe una simile operazione, sia in termini educativi che in termini civici.
Sicuramente abbiamo bisogno di una riforma ordinamentale che, partendo da un coinvolgimento degli studenti e degli insegnanti, miri a rivedere i cicli scolastici e soprattutto gli indirizzi scolastici. Ogni altro tipo di banalizzazione è dannosa.



Il tempo scuola: tralasciando le fregnacce del sindaco di Sutri, sulle quali non vale perdere tempo, torna di moda il tema del calendario scolastico e delle vacanze estive, troppo lunghe, troppo dispersive, troppo disallineate con le esigenze familiari.
Anche qui c’è una scarsa conoscenza della situazione europea: il nostro calendario prevede un numero di giorni in linea con l’Europa e rispettoso anche della situazione climatica (andare a scuola a giugno e luglio è di fatto proibitivo, vista la nostra edilizia scolastica). Nei maggiori Paesi europei la sosta estiva corrisponde a 6 settimane, ma ci sono numerose altre pause durante l’anno legate alle festività e anche al turismo invernale (la famosa settimana bianca).
Certamente si può ripensare il calendario scolastico, che non è un tabu, ma bisognerebbe farlo con una logica di vantaggio pedagogico per gli alunni, non per rimodulare ancora una volta il calendario sulle necessità del mercato del lavoro.
Il punto non è solo specializzare la scuola o potenziare gli ITS e gli istituti professionali e tecnici, il punto è fare della scuola il cuore della formazione rinunciando ad alcuni aspetti iperprofessionalizzanti per fare in modo che tutte e tutti gli alunni possano accedere a saperi che potrebbero cambiarne la visione della vita.
Aggiungo: pochi stanno discutendo sulla necessità pedagogica di aumentare il tempo scuola durante il calendario scolastico, con attività scolastiche e non da dopo-scuola, per aggredire la dispersione scolastica che cresce soprattutto nelle aree dove la scuola è l’unico elemento sociale aggregante. Se da un lato bisogna insistere per potenziare le strutture sociali (biblioteche ed associazioni culturali e/o sportive in primis) nelle aree povere.
Questo richiede investimento in spazi e risorse professionali (docenti, ATA, educatori) di cui oggi non si parla.
Il mantra di questi continui spot elettorali è la necessità di formare gli insegnanti, non quello di formare la politica.


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