L’ultima conversazione, di Roberto Bolaño [SUR 2017]

“Fare lo scrittore è piacevole – no, piacevole non è la parola giusta – è un’attività che ha i suoi momenti divertenti, ma conosco cose che sono ancora più divertenti, divertenti nello stesso modo in cui lo è per me la letteratura. Rapinare banche, per esempio”.

Non ha molti dubbi, Roberto Bolaño: se non fosse diventato uno scrittore avrebbe voluto fare il detective, vivere in Messico e probabilmente morire lì, giovane.

Questa sua convinzione ha la stessa solidità delle sue origini letterarie: esiste un’unica nazione ispano-latinoamericana capace di inventare una letteratura che è ancora più piacevole della vita stessa. Perché poi la vita e la letteratura per Roberto Bolaño sono un continuum indistinto e si nutrono l’una della linfa dell’altra, quasi incapaci di distinguersi, con personaggi tanto reali da essere quasi delle finzioni della vita. Giornalista, scrittore, sognatore, soprattutto “detective”: Roberto Bolaño è tutto questo ed il suo contrario. Non ha paura ad ammettere che il suo sogno sarebbe stato quello di diventare un poliziotto, capace di incrociare il destino delle vittime e degli stessi aguzzini nella stessa storia, di trovarne una lettura convincente, ma non una soluzione. Perché i suoi romanzi si popolano di tante descrizioni di vittime, una narrazione distaccata e fredda di quello che incredibilmente è capace di martoriare il genere umano, senza però soffermarsi sulla punizione, sul colpevole, sul giudizio. Roberto Bolaño non trova soddisfazione nella rivoluzione e per questo ne ha abbracciata più di una: talmente radicale da non essere in grado di fermarsi neanche in uno dei suoi stati. Talmente rivoluzionario da avere paura quasi del suo radicalismo, spinto fino all’isolamento ed alla solitudine. Roberto Bolaño, il sopravvissuto, nel senso che non è morto, nonostante tutto, nonostante la morte…

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