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Il pericolo dello homeschooling: quando la libertà è rischiosa anarchia

I

La pandemia ha cambiato definitivamente il nostro modo di vivere, introducendo nuove abitudini e fobie, nuove attenzioni soprattutto in quegli aspetti della quotidianità che sono legati alla socialità.

Fra le novità, non sempre positive, ha preso piede il sistema dell’ “educazione parentale” (homeschooling) che, soprattutto in Lombardia, segna un aumento delle richieste quasi raddoppiato negli ultimi 2 anni (da 776 studenti si passa a 2.426 alunni).
Il fenomeno, legato alle incertezze ed alle incapacità del governo e degli enti locali di garantire la scuola in presenza per tutti, anche attraverso patti territoriali, preoccupa per due derive: una culturale e l’altra professionale.
Partiamo dall’analisi dei fatti secondo quanto si legge di un recente articolo pubblicato su La Repubblica di Milano.
Una madre intervistata spiega:

“Il nostro vangelo sono le otto competenze chiave europee: comunicazione nella madrelingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale”. Lei è laureata in Veterinaria, il marito è ingegnere informatico. Ma “non è detto – conclude – che il prossimo anno i miei figli possano andare a scuola. Credo che scuola e famiglia debbano collaborare in maniera stretta. E vorrei solo che i miei figli fossero felici”. Oltre all’istruzione tra le mura domestiche, i bambini partecipano ai laboratori e altre attività: musicali, sportive e agli incontri al parco con altri bambini.

E spiega anche Sergio Leali, presidente di Laif (L’Associazione Istruzione Famigliare) di Brescia:

“È una scelta legata alla presa di coscienza che la responsabilità di educare i figli, come dice la Costituzione, è della famiglia. La scuola non ha il monopolio dell’istruzione e della formazione”. Per percorrere la strada dell’istruzione parentale occorre “una strutturazione familiare importante: c’è bisogno – ammette Leali – di un impegno importante di tempo”.

Commenta Intravaia (Repubblica):
Nelle scuole parentali sono i genitori che offrono il proprio contributo: chi sa cucinare prepara il pranzo e c’è chi si occupa delle pulizie. C’è chi organizza un corso di yoga e chi organizza un laboratorio per fare il sapone. E quando si presentano dei buchi, si assume temporaneamente un docente di matematica o uno di scienze.

In sostanza si dice:
– la Costituzione riconosce la responsabilità dei genitori nell’educazione e formazione dei bambini (sacrosanto!);
– l’istruzione non è soltanto appannaggio della scuola (attenzione: si intende tutto il sistema scolastico, statale e non statale);
– la famiglia si organizza decidendo quello che ritiene opportuno per l’istruzione dei figli anche con l’autodafé, dunque in parte dove arriva, in parte ‘scritturando’ dei docenti a contratto.

Qualcosa non torna!
Premesso che i genitori devono avere un ruolo fondamentale nell’educazione dei figli, si sta negando proprio ai propri figli l’aiuto e la professionalità di chi fa il mestiere dell’insegnante. Si sta negando il ruolo pedagogico e didattico del collegio docenti, si sta negando il ruolo costituzionale della scuola, come luogo di crescita e formazione.
Possono i genitori comprendere a pieno e applicare le indicazioni nazionali per i profili d’uscita degli alunni?
Possono i genitori costruire dei percorsi di apprendimento, valutarli!, valutare i progressi dei loro figli, predisporre percorsi di recupero/potenziamento di competenze? (si richiamano le competenze europee: sanno i genitori di cosa si tratta?) Ne hanno le competenze?
Mi pare l’ennesimo esempio di presunzione italica che disconosce le professionalità: perché i genitori si possono sostituire agli insegnanti e non si possono sostituire anche ai medici di base, agli ingegneri e agli architetti, ai notai, ai giudici?
Mi pare inoltre un chiaro attacco e disconoscimento del lavoro degli insegnanti: l’opzione degli insegnanti mercenari azzera diritti e doveri del contratto collettivo nazionale e ne riduce il ruolo ‘affettivo’.
Mi pare, infine, una scelta egoistica che non tiene conto che la scuola è un luogo di educazione, formazione e crescita sociale: la scuola in casa seleziona il contesto in cui lo studente impara e ne condiziona le interazioni, limitandole allo spicchio di società scelta dai genitori.
La scuola pubblica, statale e non statale, non mette in discussione la responsabilità dei genitori, anzi: attraverso gli organi collegiali (consiglio d’istituto e consigli di classe) i genitori sono protagonisti della costruzione del progetto educativo nel momento in cui approvano il PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa), propongono attività, partecipano alle decisioni della comunità educante.
Dunque ci sono molti dubbi sia sulla funzione, sia sulla qualità, sia sulla necessità dell’educazione parentale come libera scelta educativa, una scelta che peraltro è classista, perché sarebbe appannaggio delle famiglie culturalmente e socialmente agiate.

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massimiliano

2 Commenti

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  • Condivido pienamente. Due anni fa, proprio in questi giorni, durante la prima chiusura scrissi alcune righe a questo proposito, ma forse ero stato ottimista:
    “Negli anni passati mi era capitato di leggere di famiglie che sostenevano i vantaggi dell’home schooling e dell’unschooling, che, tradotti in italiano, possiamo definire “istruzione casalinga” e “ritiro volontario dei propri figli dalla scuola e conseguente sprofondamento nell’ignoranza” (cosa ben diversa da quell’altro drammatico fenomeno della dispersione scolastica). Forse anche i sostenitori in teoria di tali pratiche si saranno resi conto di quanto esse siano mortificanti e abbruttenti per i bambini costretti a crescere in una bolla composta dai familiari e magari – non so se sia un po’ meglio o molto peggio – qualche altra famiglia di disadattati. Nel migliore dei casi, poi, l’home schooling è una pratica classista, riservata a genitori che hanno un’infinità di tempo da dedicare ai figli (e indovinate un po’ di che sesso sarà il genitore destinato all’accudimento), libri in casa, rete selezionata di amicizie. Oggi chi sognava l’home schooling si è reso conto di non essere una nobile dama russa dell’Ottocento con un istitutore che parla francese e insegna Cicerone, Racine e Puškin al proprio rampollo, così come chi magnificava la scuola digitale e la connessione costante degli alunni si è reso conto che reti e dispositivi non sono sempre all’altezza delle aspettative e che, soprattutto, il tempo non è infinito.”
    https://ilballodeizanzoni.home.blog/2020/04/27/didattica-a-distanza-seconda-puntata/

    • Grazie per la segnalazione. Magari ne estraggo una parte e la cito nella mia sezione “scritto da altri”. Le prossime puntate saranno sulla professionalità docente e il nuovo sistema di reclutamento. A presto

frammenti .: massimiliano de conca ::.

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