Il dibattito sul merito e sui meritevoli infiamma la società contemporanea, quella cioè che è uscita dalle paludi dello stato feudale e moderno, liberandosi dell’ancien régime dell’aristocrazia per nascita, per impantanarsi nei lacciuoli dello stato liberale, nella sua variante tecnocratica e capitalistica.

La meritocrazia è giusta, ma una società meritocratica è ingiusta
L’idea che la società borghese, evoluta nelle sue forme più elitarie di società del capitale, governata dal profitto e dal mercato, debba tracciare delle vie preferenziali per l’affermazione dei più meritevoli, perché più funzionali alla sua logica, impernia la nostra società e condiziona la possibilità di garantire ad alcuni, i meritevoli appunto, il loro successo personale. Che poi, secondo la logica meritocratica, viene presentato come il successo dell’intera comunità.
L’idea di una società meritocratica si lega indissolubilmente all’affermazione di una società tecnocratica, cioè incentrata sul progresso innovativo inteso come unico strumento di miglioramento della qualità della vita e finalizzato possibilmente all’affermazione del profitto.
La società tutta si piega al mito del progresso tecnico, che, rappresentando un sapere specialistico, è appannaggio di pochi, i tecnici, che assumono pian piano il ruolo di tecnocrati, «uno specialista, un attore sociale dotato di competenza in un settore particolare che agisce secondo un programma di efficienza». [1]
La società diventa tecnocratica proprio a inizio del secolo scorso, a seguito della crisi del 1929 che si risolve con un rilancio delle politiche industriali, di cui la tecnocrazia è stata motore, causa ed effetto.
Ora, questi aspetti politici ed economici fanno subito pensare a due categorie culturali e sociali da approfondire con estrema cura: la selezione dei tecnocrati operata dai tecnocrati stessi e la disuguaglianza sociale come orizzonte politico da superare o meno.
Quello che avviene in una società meritocratica è, in estrema sintesi, una selezione di talenti in basi a prove oggettive di tipo metricistico finalizzata a consegnare ai ‘meritevoli’ le chiavi di gestione del resto della popolazione, in buona sostanza degli ‘scartati’, di quelli che non hanno raggiunto quel determinato risultato.
Sul concetto di capacità e di talento e soprattutto sulle modalità di ‘addestramento’ dei talenti, si basa il fulcro di una società meritocratica vòlta a selezionare gli studenti, già ‘capitale umano’, in base alle loro attitudini, misurate con strumenti standard. Tutto nasce con i primi SAT (Scholastic Assessment Test) ideati da James Bryant Conant, presidente di Harvard fra il 1935 ed il 1953, ancora oggi invidiati e copiati: l’obiettivo era quello di garantire alle università eccellenti studenti eccellenti, i migliori. Non fidandosi, a torto, delle valutazioni delle scuole secondarie, Conant predispone un sistema di selezione standardizzato, di prove uguali per tutti da cui si ricavano le indicazioni dei potenziali talenti. Peccato che alla fine il grande scossone sociale che aveva alimentato la decisione selettiva di Conant non abbia prodotto gli esiti previsti, perché a essere selezionati sono sempre i ‘meritevoli’ figli dell’élite politica, che partono avvantaggiati e possono permettersi supporti, legali o meno, che ne garantiscano l’educazione nelle prestigiose università dell’Ivy League.
Il passo dai SAT alla misurazione del QI (Quoziente Intellettivo) è breve.
E qui si afferma anche un principio psicologico-morale, perché la selezione divide e classifica il ‘meritevole’, al quale devono essere spianate le strade del sapere, dai ‘non meritevoli’, secondo un’ottica di progresso collettivo che deriva dall’affermazione del singolo.
Si tratta di un meccanismo di quasi darwinismo sociale che non produce un avanzamento collettivo, ma l’affermazione di una nuova casta che fa di tutto per mantenere i propri privilegi.

Merit is a sham

Il merito è un inganno

Daniel Markovits


«Merit is a sham» (il merito è un inganno) tuona Daniel Markovits, a cui fa eco Michael J. Sandel che, sintetizzando il pensiero di molti, vede nella società meritocratica, e non nella meritocrazia in sé quanto nella sua applicazione in una società segnata da forti disuguaglianze di partenza, uno strumento tirannico, divisivo, che crea una competizione «corrosiva della sensibilità civica» dal momento che alimenta l’arroganza di chi arriva in cima e per questo “merita il posto che occupa” anche se lo occupa secondo il modello selettivo definito dalla politica in voga, mentre chi è ‘scartato’ cova rabbia e rancore per il posto al quale è stato relegato. In una parola, il merito erode la dignità del lavoro, ferendo la dignità di chi è escluso.
L’inganno poggia del resto su un paradosso di partenza e di fondo, ben colto e sintetizzato da Boarelli: «Chi dispensa il merito – nelle forme della valutazione, dei premi, degli incentivi, della carriera – stabilisce anche cosa è il merito. Stabilisce, in ultima analisi, una gerarchia di valori sociali rispetto ai quali gli individui possono essere ritenuti meritevoli. Chi non corrisponde a quei valori viene classificato nella categoria dei non meritevoli. Si tratta di una gerarchia che ha il potere di escludere, di istituire – ancora una volta – disuguaglianze» (pp. 109-110).

[1]  Vedi Roberto Escobar, «Le illusioni dei maghi. Tecnocrazia e populismo», in Teoria politica, VII, 2017,  pp. 65-85; Emanuele Rossi, «Anatomia della tecnocrazia: l’egemonia della “nuova classe” e i rischi di una società tecno-totalitaria», in Democrazia e Sicurezza, IX, 2, 2019, pp. 195-207; Domenico Fisichella, L’altro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione, Roma-Bari, Laterza 1997. Per l’affermazione del termine si veda Virgilio Dagnino, Tecnocrazia, Fratelli Bocca, Torino 1933.

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Pubblicato su Articolo33 n.2 (giugno 2022)


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