I recentissimi fatti di cronaca relativi all’aggressione di una professoressa a Gallarate, all’aggressione di una professoressa a Rovigo, allo sberleffo di un alunno ai danni di un professore a Pontedera (con reazione del professore che sferra un pugno all’alunno) sono sintomi di una grave crisi civile e valoriale della nostra società, una crisi che riguarda il ruolo sociale del personale scolastico (e del pubblico impiego tutto).

Tutti gli atti sopra riportati sono da condannare e da punire, in modo equo, giusto e proporzionato, anche se qui si apre un altro problema: esiste una punizione o una sanzione che sia utile perché questi episodi non si ripetano oppure sarebbe opportuno lavorare anche per rileggere il ruolo della Scuola e di chi lavora nella scuola nella nostra società?

Ed è proprio qui il punto: i dieci anni che hanno seguito l’avvento di Renato Brunetta al Ministero della Pubblica Amministrazione hanno rafforzato la propaganda neoliberale che “pubblico è spreco” ed “i lavoratori pubblici sono fannulloni”. L’eco di questa propaganda è arrivata fino alle scelte del PD di Matteo Renzi e, visto l’ammiccamento, di Carlo Cottarelli.
Si è diffusa una narrazione che ha svilito e svalutato tutto il lavoro pubblico, relegato nella cerchia dei lavori apparentemente superflui, troppo costosi per lo stato … si tratta di una idea che discende direttamente dall’impostazione neoliberista e capitalista della nostra società che concepisce il lavoro solo se portatore di profitto: tutto il resto è uno spreco che va tagliato.

Ecco che quindi una scuola vale se prepara direttamente al mondo del lavoro, che gli insegnanti servono se predispongono il capitale umano per la società del merito.
Poi ci si ritrova a dire baggianate come quelle del sindaco di Pontedera che (servizio delle Iene) confessa a tutti che la Scuola non è pronta e adeguata ad ascoltare il disagio degli studenti (“abbiamo l’impressione che la Scuola non sia all’altezza dei bisogni dei ragazzi”…).

Il lavoratore del pubblico non è all’altezza della società?
Eppure quando tutto si è fermato per la pandemia, sono stati gli ospedali pubblici, la sanità pubblica, le Scuole, i nidi, le università che non si sono mai fermate garantendo la continuazione di una forma di normalità a 8 milioni di studenti della scuola dell’obbligo, le future generazioni.

Quest’elemento valoriale di disprezzo sociale, unito agli stipendi proporzionalmente ed in assoluto troppo bassi per i lavoratori del pubblico, in particolare per i lavoratori della Scuola che pure hanno un altissimo grado di formazione di partenza rispetto alla media del pubblico impiego, è alla base di un rimescolamento sociale che oggi mette gli insegnanti e la scuola in fondo: questo paradigma va ribaltato, o quanto meno va ribilanciato il prestigio sociale del lavoro pubblico, quello che non produce profitti ed extraprofitti, per riconoscerne e valorizzarne il ruolo sociale e civile.


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