Ugolino è da pochi anni nel pieno dell’adolescenza, ma il volto sfigurato da un incendio, sul quale volto sono rimasti soltanto un ciuffo di capelli e un unico occhio aperto, lo condanna nella civilissima, cattolicissima e “serenissima”, Repubblica di Venezia alla solitudine ed alla clausura.

Per questo motivo il padre lo fa imbarcare, il 3 aprile 1526, col el Piloto Mayor Sebastiano Caboto alla volta delle Indie, consegnandogli il compito di prendere nota di quella avventura. Durante tutto il viaggio, come sempre, Ugolino ha il volto coperto con un cappuccio, per non mettere a disagio chi ha di fronte. In realtà Caboto viene meno ai patti con la Corona Spagnola e dirige la sua nave verso il Sud America, dove spera di trovare città ricche di gioielli e d’oro, l’Eldorado. La nave si ritrova impantanata alla confluenza del fiume Paraguay e del fiume Bermejo: sono attaccati da alcuni indigeni e quindi costretti a scappare, ma Ugolino e quattro marinai sono fatti prigionieri. Mentre i suoi compagni di sventura vanno incontro ad un destino crudele, infatti sono massacrati e passati alla brace secondo l’usanza degli indios guareneys che si nutrono dei corpi dei loro nemici, Ugolino è risparmiato, anzi è venerato perché Kulumanè-Jajay-Karai, “uomo salvato dai Karai, signori del fuoco”. Da rifiuto di una città apparentemente civilissima, diventa un dio in Terra, una persona rispettata e integrata in una tribù indigena che non solca i mari, ma si accontenta di vivere sulle sponde del Bermejo, protetta dalla foresta amazzonica…

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