Ingo Schulze, scrittore e drammaturgo, è nato a Dresda sessant’anni fa: ha conosciuto la guerra fredda, il comunismo, la divisione della Germania e la caduta del muro di Berlino. La sua lettura della storia supera ogni disincanto e, anche per alcuni aspetti controcorrente, riesce a recuperare lo straniamento vissuto non solo dagli intellettuali della ex Germania dell’Est, ma dello stesso uomo comune.

Il libro La rettitudine degli assassini rappresenta tutto questo, spiega come la letteratura permetta all’uomo dell’est di isolarsi dal mondo che cambia, di non percepirne con sospetto i cambiamenti, permette di coltivare spirito e valori senza lasciarli corrompere dalle insidie dell’esterno, ma segnala negativamente anche come questo nuovo che avanza, l’ideologia dell’Occidente, porti con sé i germi di una mutazione dannosa, che vuole dirigere il pensiero verso i bisogni e non lasciarlo libero di esplorare. Norbert Paulini legge perché vuole sapere, non legge per ritrovare delle certezze già maturate, non condiziona la lettura a finalità, perché la finalità è il leggere stesso. Ritroviamo sotto forma di romanzo la frattura ideologica e psicologica raccontata dai saggi raccolti ne La felicità dei mobilifici, fra l’apparente chiusura della DDR – dove ci si arrocca rinnovando i fasti di una cultura classica e solida – e le mancate promesse di un futuro migliore legato alle illusorie aperture del mercato occidentale. Questo scarto è rappresentato anche nello stile: alla prima parte epica incentrata intorno alla storia di Norbert Paulini, raccontata con i contorni di un romanzo di formazione segnato da una narrazione cronologica lineare, seguono altre due parti più rapide, narrate da un altro personaggio, un futuro scrittore (forse Schulze stesso), che segnano tutta la frammentarietà ed illusorietà del mondo neoliberale decantato dall’Occidente. Nel mezzo c’è la parabola, triste e cupa, di Norbert Paulini.

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