Nel primo cerchio, di Aleksandr Solženicyn [Voland 2018]

I sovietici stanno per terminare il progetto della bomba atomica: lo annuncia in una telefonata all’ambasciata americana l’ufficiale russo Innokentij. Ma qualcuno ha sentito e la chiamata si interrompe bruscamente. Siamo infatti in un carcere, un carcere speciale, la šaraška di Marfino, località alla periferia di Mosca, che ospita dei detenuti speciali: intellettuali, fisici, ingegneri, matematici… tutti ben nutriti, tutti adeguatamente vestiti ed impegnati in un lavoro appagante. Si sono macchiati della colpa di essere oppositori di Stalin e del partito comunista russo, però hanno dei talenti che sarebbe un peccato sprecare. Così il sistema ha pensato bene di tenerli tutti insieme e farli continuare a lavorare in quelle discipline in cui eccellono. Le giornate degli zek, questo nome che viene dato agli illustri prigionieri, trascorrono sempre in modo produttivo: Rubin, il filologo, ha il compito di fondare una nuova scienza; Neržin, teorico della manualità, vuole avere umili abitudini e un’umile vita; Sologdin dà vita a dialoghi interessanti sulla religione, sulla cultura, sulle scienze. Ma siamo anche vicini al Natale e quindi più inclini alle confessioni ed ai bilanci, e c’è chi pensa che forse è meglio rinunciare a certi privilegi se ti portano a rinnegare la tua libertà: è così che Neržin, ed altri che pensano di imitarlo, decide di smettere di collaborare, anche se ciò significherà essere espulso dalla šaraška ed inviato in un campo di concentramento più duro…

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