Sono stati fatti molti sofismi e molte analisi sociologiche, nonché sono stati sprecati giudizi di ogni sorta, retropensieri e pensieri d’avanguardia, sull’etichetta “merito” associata al Ministero dell’Istruzione, che quindi adesso è “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.
Subito a dire che è un cambio di lessico fascistoide, che è corretto farne una bandiera contro il lassismo a cui sta andando incontro da decenni la nostra scuola, è divisivo, è sacrosanto ecc.

Nel minestrone programmatico di Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, dichiarato nel suo pamphlet elettorale (È l’Italia che vogliamo: Il manifesto della Lega per governare il Paese, Piemme, 6 settembre 2022, con prefazione di Matteo Salvini,) sono due le idee di fondo che caratterizzano l’idea di Scuola leghista:

  • la valorizzazione dei talenti (studenti)
  • la carriera dei docenti (si parla infatti di “docente esperto”).

L’idea di merito è tradotta, come dettava la tradizione di Giuseppe Bertagna, nell’istradare gli studenti in base ai loro talenti nel percorso di studio più congeniale, secondo un ben noto principio di classismo della società diseguale disegnata dal verbo capitalistico, tradotto dal “doppio canale” teutonico, che ignora l’idea di un’educazione ed una formazione di base da garantire a tutti (non è uguaglianza, né sussidiarietà, ma è il principio dei livelli essenziali definiti dalla Costituzione). Valditara fa di più, confermando le sue scarse conoscenze pedagogiche e dei sistemi scolastici internazionali, suggerendo e caldeggiando la possibilità di una scuola à la carte, con studenti e famiglie che scelgono anche le materie da impartire ed imparare. Ma magari ne scrivo un’altra volta.
Merito è dunque tradotto con “ti becchi la scuola che ti meriti”, non in “proviamo a fare tutti un passo avanti per il bene collettivo civile”.

Ecco appunto che si rende necessario un chiarimento sul merito.

Dal latino merĕre, ovvero ‘guadagnare’, ‘ricevere come compenso’, e dal greco meiromai, che vuol dire ‘ricevere la propria parte (mèros)’: il merito si associa ad un premio perché si dà in cambio qualcosa d’altro (da qui, infatti, deriva meretrice, colei che viene pagata perché dà il proprio corpo, che merita un compenso per il suo corpo).

Merito di per sé è un valore neutro che assume significato e valenza in base agli indicatori di riferimento che ne permettono di misurare quale grado di soddisfazione ci sia in una determinata persona, azione, cosa.
Dunque in astratto “merito” non vuol dire nulla, se non un traguardo finale.
Per questo diventa uno strumento prettamente politico e pericolosamente etico-valoriale, perché veicola una valutazione che comunque ha un presupposto soggettivo.
Provo a spiegare: durante il periodo del ventennio fascista era meritevole chi disprezzava gli ebrei ed i comunisti e si adeguava al modello xenofobo, omofobo, razzista del perfetto fascista; nei regimi comunisti è meritevole chi serve il partito; in una società capitalistica e consumistica come la nostra è meritevole chi produce, chi soddisfa le aspettative del mercato, chi riesce ad ottenere il massimo risultato con il minore sforzo personale.

Questo rende l’ideologia del merito un inganno, ma anche un’arma politica potentissima, perché permette di classificare e discriminare fra chi è “capace e meritevole” e chi non lo è, riservando ad ognuno un posto diverso nella società (questo il senso di The rise of the Meritocracy di Michael Dunlop Young).

Nella scuola? Nella scuola c’è un primo discrimine, che non è sufficiente ed assolutorio, di costruire condizioni di apprendimento che tengano presente le esigenze di tutti e di ciascuno, quindi la necessità di definire traguardi di apprendimento che garantiscano a tutti il raggiungimento di obiettivi educativi, sociali, civili sufficienti per una lettura autonoma e critica della realtà. Ah, sì, poi ci sono anche le nozioni, indispensabili, ma non sufficienti.

Il merito c’entra nella misura in cui tutti gli alunni meritano lo stesso trattamento, la stessa specifica attenzione, la stessa cura, senza discriminazioni, ciascuno secondo le proprie capacità.


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