La Presidente del Consiglio e il ministro Valditara hanno spiegato il senso del nuovo nome del ministero dell’ “Istruzione e del merito” con l’idea di una scuola volta a valorizzare talento ed eccellenza proprio a vantaggio dei ceti meno abbienti.

Perché, non avendo la possibilità di istruirsi efficacemente nell’ambiente familiare e sociale d’origine, non avrebbero l’opportunità di acquisire gli strumenti per emergere nella società. Questa visione è quella dei vari Ricolfi, Cassese etc… secondo i quali la diseguaglianza non è prodotta dalla differenza di classe, bensì dall’incapacità della scuola di compensarla. Insomma per questi autori se la scuola fosse migliore, allora i soggetti working class meritevoli potrebbero farsi spazio nella gara per la vita.

Ma a parte il fatto che da tempo la pedagogia ha compreso come il merito sia il talento irripetibile di ognuno, che una scuola pubblica dovrebbe valorizzare a prescindere da parametri di eccellenza precostituiti, qualche decennio prima di Bourdieu, già Gramsci aveva compreso come l’origine sociale determina il destino scolastico e che quindi soltanto una riforma della società avrebbe potuto portare con sé una scuola davvero giusta.
L’articolo 3 della Costituzione italiana risuona anche di questa esigenza e molto più di recente John Goldthorp, pensando al naufragio della Terza via di Blair, scriveva che se realmente si volesse una società meritocratica, allora sarebbe necessario adottare una serie di misure politiche in senso socialista. In caso contrario l’origine sociale renderebbe del tutto illusorio l’investimento sull’istruzione per rendere la società più inclusiva.

Sono necessarie, cioè, politiche di tipo redistributivo, basate sulla tassazione fortemente progressiva e il potenziamento del welfare. Non a caso la flat tax viene difesa anche con l’idea che non si debbano tassare le ricchezze di coloro che hanno meritato di accumularle. All’opposto, il reddito di cittadinanza non viene visto come antidoto a un sistema produttivo che fagocita il lavoro e lo precarizza, bensì come un dispositivo di dissipazione delle virtù imprenditoriali.

La familiarità di queste posizioni con la cultura trumpiana è lampante, se pensiamo a taluni stati americani governati dai repubblicani in cui – al posto della cultura gender o antirazzista – si tende a introdurre nelle scuole uno storytelling ispirato alle storie di cittadini meritevoli di successo. A ben vedere, la stessa Meloni, nel suo discorso, presentandosi come un underdog, ha agitato questa stessa mitologia.

Quanto finora osservato mostra un aspetto debole del pur grande libro di Sandel, La tirannia del merito. Il momento populista-sovranista, infatti, non è stato soltanto un “contraccolpo” rispetto all’elitarismo democratico, come sostenuto dal filosofo di Harvard, bensì un contraccolpo all’interno dello stesso sistema ideologico produttivistico: si tratta cioè di un’oscillazione fra un neoliberalismo cosmopolitico e progressista sul piano dei diritti civili e uno nazionalista e conservatore. Ma entrambi, come ha notato Nancy Fraser, sostituiscono la meritocrazia alla giustizia sociale.

Roberto Ciccarelli su questo giornale, riportando la critica del reddito di cittadinanza all’idea di una povertà come specchio del fallimento individuale, ha sottolineato l’organicità fra la destra postfascista e il neocapitalismo. La visione delineata da Meloni nel suo discorso di insediamento è ispirata ad un produttivismo estremo basato sul valore della competizione e un vitalismo che trova riscontro nella posizione relativa al contrasto alla pandemia: l’unico bene comune è una libertà individualistica che non sopporta alcun limite collettivo.

Le antiche passioni gerarchiche finiscono per sposarsi ad un estremo aziendalismo: il ministro Crosetto ha persino vagheggiato distopicamente un algoritmo che agganci i giovani al mondo del lavoro dopo la scuola o l’università, con forme sanzionatorie per chi rifiuti.
E tuttavia va registrato come Calenda abbia sostenuto il nuovo governo sulla questione del merito e Cottarelli, nel suo ultimo libro, abbia interpretato l’articolo 3 della Costituzione all’insegna meritocratica delle “pari opportunità di competere”. E non è stato il “merito” uno dei cavalli di battaglia della rottamazione renziana, che peraltro radicalizzava suggestioni veltroniane? E l’autonomia differenziata, tanto cara a Bonaccini, non si basa anche su una visione territorialmente meritocratica? Insomma questo per dire che il centrosinistra non potrà fare alcun argine se non facendo seriamente i conti con quanto abbia avuto in comune con il paradigma populistico-mercatistico abbracciato per decenni, dimenticando le proprie origini socialiste e democratico-popolari.

Salvatore Cingari, Il Manifesto, 3 novembre 2022


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