Fino a quel giorno Lea credeva di vivere in un Paese, l’Albania, dove la parola “libertà” aveva un senso. Non capisce perché intorno a lei si fa un gran parlare di “libertà”, perché ce ne sia così bisogno se, come dice la maestra Nora, sono un grande Paese socialista che conosce la rivoluzione ed il progresso.

Fino a quel giorno era stato così. Poi arriva nel parco e per la prima volta può abbracciare Stalin, l’uomo grande e potente, anche più grande di Napoleone; come Napoleone aveva sempre una mano in una tasca; Stalin poi però non veste le divise di guerra, ma comuni abiti e scarpe come tutti i giorni e soprattutto ha un volto ridente, degli occhi ridenti che accolgono chi gli si avvicina. A Stalin ridono solo gli occhi, perché il volto è coperto da grandi baffi folti che nascondono il sorriso, ma è chiaro, da quegli occhi, che è un uomo simpatico. Ma quella mattina, andando al parco, Lea ha sentito il desiderio di abbracciare la statua di Stalin, abbracciarle le gambe, come segno di commozione e di stupore di fronte agli attacchi vili di qualche vandalo che l’aveva deturpata. Qualcosa sta cambiando e quella bambina di appena 10 anni non è in grado di capire l’esigenza di quel cambiamento, non riesce a percepire perché le lattine di Coca-Cola, fino a quel momento rarissime, stanno diventando uno status symbol di una nuova società in cerca di riscatto. Soprattutto non riesce a capire perché tutti invochino la libertà…

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